Le urgenze del cuore
Stasera avrei voluto che il viaggio in macchina dall'ospedale a casa non finisse mai.
Mi veniva da piangere.
Però prima di uscire non ce l'ho fatta e sono dovuta venire da te, a guardarti in quegli occhioni verdi come gli smeraldi, a chiederti come stessi.
Mi veniva da piangere.
E tuo marito l'ho visto pieno d'Amore per te, pieno di acqua per la tua sete, pieno di carezze sulle tue gambe stanche, pieno di "Come stai, amore?".
Ho pianto.
Tu invece sei tornata. Ancora.
Tum. Tum. Tum.
"Sai cosa vorrei sapere da te? Se lo fai per farti entrare o uscire qualcosa dalla testa".
Tum. Tum. Tum.
Ma tanto mi gridi solo addosso la tua rabbia vuota di spiegazioni.
Tum. Tum. Tum.
"Vattene!"
Mi veniva da piangere.
Tum. Tum. Tum.
Va bene, anzi va male. Me ne vado.
Tum. Tum. Tum.
La tua mamma arriva perché fino a cinque giorni fa le sue gambe la portavano ovunque, anche a fare la chemioterapia. Da stamattina però il mondo lo vede in orizzontale.
"La prego, lei non sa tutta la verità, non ditegliela".
Mi veniva da piangere. Tu hai pianto.
Ma io ho raccolto l'anamnesi, tu hai raccolto di nuovo la forza per curarla.
"È arrivata l'automedica, vado a vedere!"
In realtà i codici rossi erano di più.
Lui è morto per qualche minuto, ma poi è tornato qui per continuare a vivere ma deve capire le emo-dinamiche di questo biglietto A/R.
Ho prenotato due biglietti A/R io nel frattempo, per il mio capo.
Mi veniva da ridere.
Ho riso parecchio perché non sapevo la data di nascita di mio figlio.
O forse la so fin troppo bene.
Ho sorriso, perché i cani si stanno ribellando alla loro indole: è evidente.
Mordono il primo paziente, mordono il secondo, anche il terzo.
E ieri sera uno ha morso me.
Chissà perché.
Tra la curiosità di un codice rosso e l'altro, arrivi tu, mi guardi e mi dici: "Ho chiuso tutto, è finita! Mel, ti prometto che arriva la fine".
Non faccio in tempo a realizzare, che ci stiamo già abbracciando.
Ci veniva da piangere.
Tum. Tum. Tum.
Torno da te.
La tua mamma mi piange addosso la sua disperazione. E mi confida sottovoce quello che penso tu vorresti gridare a squarciagola.
Tum. Tum. Tum.
È la fine del turno.
Le consegne pesano di una emotività plumbea su tutti noi.
Il pensiero comune è: "Che giornata del cazzo!". Ce lo diciamo prima con gli occhi, poi con la voce.
Mi viene da piangere.
Chissà perché non riusciamo a salutarci per tornare ognuno a casa propria.
Abbiamo forse bisogno di stare insieme ma da soli.
Piangiamo tutti e tre.

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