SPEGNERE I MOTORI




A volte ce lo dobbiamo. 

Spegnere per ripartire, non c’è strategia migliore quando non funziona più, lo dice pure Biagio Antonacci. 

E suppongo che anche Steve Jobs almeno una volta in vita sua avrà pensato “mo’, se spengo e riaccendo, funziona!”. 

A volte ce lo dobbiamo. 

Dobbiamo ascoltare il nostro corpo che chiede di fermarci. 

Stridono i polmoni. 

Si ingorga la pancia. 

Tuona la testa. 

Si cuce lo stomaco. 

Le parole si fermano in gola. 

I pensieri corrono a perdi fiato e le gambe sono troppo stanche per stargli dietro. 

E si mangia la polvere dei propri processi mentali. 

Il broncospasmo copre il respiro e i sospiri. 

E il cuore si ingolfa. Di frustranti debolezze e di emozioni insipide. 


Il tempo la fa da padrone, sempre. 

Quando si deve svuotare meccanicamente un globo vescicale, non si può solo infilare un catetere in uretra e aspettare che il flusso decorra tutto e subito nel sacchetto. 

No, si deve clampare a un certo punto il catetere. 

Perché la vescica non si può detendere di colpo, soprattutto negli anziani! 

Potrebbe derivarne una reazione vasovagale, la pressione colerebbe a picco, i battiti rallenterebbero. Il paziente starebbe male, peggio di prima. 

Il tempo la fa da padrone, sempre. 

Quando ci si toglie un peso dal cuore e ci si libera di un macigno, bisogna aspettarsi l’effetto rebound degli altri organi che riprendono il proprio posto. E della pelle che si ritira e si raggrinza. 

Ci vuole tempo. 

Per svuotare la vescica. Per svuotarsi dei pensieri troppo veloci. Per svuotarsi dal dolore. Per svuotarsi del proprio peso. 


Foto scattata cinque minuti prima di una lipotimia in mezzo alla sala gialli. 

A volte ci dobbiamo ascoltare di più. 

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