DIVORARSI
Arrivo tardi, come spesso arriva la consapevolezza.
Capire di avere un Disturbo del Comportamento Alimentare non è facile. Non è facile
nemmeno accettarlo.
Non si tratta della taglia dei pantaloni, non si tratta solo della propria figura che si vede riflessa nello specchio.
Quel riflesso dice un sacco di bugie. Ti racconta una vita che non stai vivendo. Ti vedi solo diventare molto più grande o molto più piccolo, ma non ti dice il perché.
La realtà è che non ti ricordi come hai fatto a condurre in un lasso di tempo brevissimo la sequenza di queste azioni: sei in pigiama a casa, magari fa anche freddo, ma ti vesti di cappotto e coraggio ed esci a cercare il supermercato aperto fino all’ultimo minuto; riempi due sacchetti di rabbia e vuoto e corri alla macchina, sperando non ti veda o ti riconosca nessuno.
Poi, ti chiudi alla spalle la porta di casa e per un attimo assapori l’eccitazione che ti assale e ti inebria per avere la certezza che potrai ingurgitare dal dolce al salato e viceversa senza interruzione di continuità. Senza essere vista o sentita da nessuno.
Tu e il cibo.
Ingurgitare, non mangiare. Fino a stare male. Fino a non poterne più.
Nel binge eating non si mastica, non si assapora, non si gusta.
Nel binge eating si ingurgitano furore e collera, spesso conditi con lacrime di odio verso se stessi.
E il senso di colpa ti divora come tu stai divorando due pizze nell’arco di cinque minuti.
Il tutto dura un quarto d’ora, venti minuti.
Poi di colpo il mondo si ferma, e tu senti soltanto il battito cardiaco che accelera e la bocca che si riempie di saliva: è il corpo che innesca meccanismi di difesa dagli acidi dello stomaco, e si prepara a rigurgitare tutto.
Ma la tua mente non lo accetta, e quindi mandi giù.
Ingoi rabbia, lacrime, pizza e cioccolato.
E ti maledici.
La solitudine che si prova in questo esatto momento è indescrivibile.
Ti ripeti che non succederà più, che non vuoi più stare così male. Ma, se va bene, due giorni dopo si ripete tutto.
I DCA sono una malattia ancora irrisolta, stigmatizzata e non accettata.
Ascoltatevi! Ascoltate la vostra rabbia, le vostre delusioni, il vostro malessere.
Affidatevi a uno psicoterapeuta: FONDAMENTALE in un percorso - lungo e complesso - di riconoscimento, accettazione, e che porti a una soluzione.
E qui, il tasto dolente. La soluzione.
NON ESISTE LA BACCHETTA MAGICA.
Odio con tutta me stessa le pubblicità che compaiono come bombe a raffica sui social:
"La ricetta magica per eliminare i chili di troppo”. Mi fa ribollire il sangue.
Perché la mente è troppo labile e ammaliabile quando soffre.
Sta andando molto “di moda” l’intervento a cui mi sono sottoposta anche io stessa.
Non lo nego, mi ha ridato la vita.
Però, cazzo, sapete quanto ci ho messo della mia volontà e della mia forza? E della mia psicoterapia, e della mia quotidianità?
Tutto. Ho messo in gioco tutto. Per tanto tempo.
E continuo a farlo. Devo continuare a farlo.
Proprio perché non esiste la bacchetta magica.Farsi tagliare tre quarti di stomaco e non riuscire per mesi a bere un bicchiere d’acqua senza sentirsi esplodere, ve lo giuro, non ha niente di magico.
Per non parlare di come ci si sente ancora (forse) più inadatti e più in difficoltà di prima, nel vedere che la propria pelle reagisce alla forza di gravità come se ci fosse una calamita perennemente appesa a braccia, gambe, seno, addome.
Le smagliature spuntano come margherite, ma l’effetto visivo non è piacevole come quello di un prato fiorito.
E allora che si fa? Si sceglie se rimanere una mozzarella filante per sempre o se finire di nuovo sotto ai ferri della sala operatoria per continuare a tagliare e togliere parti di te stesso.
Vi sembra magico tutto questo? A me no.
Pensateci, bene e tanto!
E vi svelo un altro arcano: gli interventi di chirurgia bariatrica NON risolvono i Disturbi del Comportamento Alimentare.
Se si vuole dar vita a un’opera sinfonica, orecchiabile e che non stoni, si deve costruire un’orchestra fatta di tanti elementi.
Non basta solo il tamburo, non basta solo la chitarra, non basta nemmeno il Maestro che dirige.
Senza una rete solida e a maglie strette costruita con tempo e dedizione, quando si cade - perché si ricade, ve lo assicuro - ci si fa più male di prima.
Non si può essere lasciati soli, mai.
Scrivo tutto questo perché nell’ultimo anno e mezzo tante persone mi hanno chiesto informazioni sull’intervento, sulla sua efficacia e sulle sue modalità.
Scrivo anche perché mi piace scrivere, lo sapete.
Ho la fortuna di parlare con tante persone, di volere tanto bene alle persone, e del prendermene cura ne ho fatto il mio unico obiettivo di vita.
Continuerò a consigliare, ma soprattutto a raccontare a chiunque lo vorrà.
Non sono una guru della chirurgia bariatrica né della psicoterapia, tantomeno della cura della nutrizione umana.
Ma sono una persona che ha sofferto di un DCA.
Ma l’ho vissuto e lo vivo.
E voglio aiutare, come posso, ma sempre.
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