LA PAURA E' LOGORROICA

 Sei arrivato da solo, camminando, chiedendo scusa per il disturbo.

"Ho catalizzato l'attenzione di tutto il Pronto Soccorso solo su di me, mi dispiace davvero. Scusatemi!"

Forse perché hai usato quella parola così poco promossa dal vocabolario comune, forse perché hai gli occhi buoni, forse perché stavi male davvero e invece che lamentarti chiedevi scusa.

Forse perché ci hai ringraziati per averti salvato la vita quando ancora non sapevamo nemmeno perché fossi lì.

lo non lo so il perché, ma mi hai fatta soccombere a quella tua semplice dolcezza, alla tua paura piena di logorroica dignità.

Sei stato bello come quando un uomo d'altri tempi si toglieva il cappello per porgere il suo saluto umile e fiero.

E io non ho retto a tutta quella bellezza, a tutta quella paura mascherata dal tuo traboccare di parole.

Mi hai detto che la notte non riesci a dormire perché pensi alle vittime della guerra, e pensi che tu sia una persona troppo fortunata per meritare di vivere ancora. Perché loro muoiono ingiustamente e tu i tuoi 71 anni te li sei vissuti.

E io ho pensato che mi struggo e mi arrabbio per enormi cazzate e a causa di grandissimi coglioni, quando al mondo ci sono anche persone come te.

E mi sono sentita inutile. Inadeguata. Irrispettosa. Superficiale.

E mi hai insegnato tanto, perché ti ho farfugliato che dovevo andare a prendere qualcosa, ti ho lasciato la mano che ti tenevo stretta, e sono dovuta scappare lontano da te per potermi sentire debole.

Ma tu me lo hai concesso. Mi hai dato questa opportunità senza nemmeno conoscermi.

Quanti di quelli che mi conoscono lo avrebbero fatto? Pochi.

Pochissimi. Forse nessuno.

Perché se ti permetti di essere vulnerabile, stanco, insoddisfatto, triste, incazzato, schifato, deluso, allora sei insignificante.

Perché non si può essere stanchi?

Stanchi di far finta che vada tutto bene, che le delusioni non ti abbattano, che le ferite non sanguinino, che il dolore non faccia male?


Mentre tornavo da quel pianto che svuota e riempie, ti incontro. Sei sulla barella che ti porta a riaprire la

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strada per il tuo sangue.

Mi tendi la mano, quella che avevo dovuto lasciare di corsa e che di corsa ho ripreso nella mia.

E in quella stretta c'era tutto ciò di cui avevamo bisogno entrambi.

Che notte strana.

Una notte in cui mi sono dimenticata a casa il fonendo, la penna e l'imperturbabilità.

Una notte in cui, comunque, mi hai dato un modo per ascoltare i suoni dei corpi, qualcosa per scrivere ciò che ho imparato, e un carezza quando ho avuto bisogno di essere fragile.



Mel, cosa hai imparato stanotte?

"Dove la Flecainide fallisce, la minzione agisce."





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